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Rosella Orsenigo
Storie di donne raccontate da donne


Infanzia rubata
di Susanna Brigada
 

Sembrava un quadro dalle tinte patinate, sbiadite dal tempo: immagini di una campagna di un tardo medioevo  poco incline ad abbandonarsi ad una nuova epoca.
Così appariva la mia casa nei lontani anni '20:  una vecchia casa di campagna a due piani, dal colore rosa smunto, con un lungo porticato, la stalla, il fienile, tutt'intorno la terra coltivata e pochi attrezzi da lavoro, rudimentali e antichi. Per rifornirsi d'acqua bisognava andare al pozzo, così  pure per andare al bagno ci si doveva accontentare di un piccolo gabbiotto costruito alla bellemeglio, buio e senza comodità. La vita quotidiana era scandita dal lavoro dei campi: un lavoro duro perché  a quell'epoca, oltre all'impiego come contadini alle dipendenze di un proprietario terriero, bisognava, terminata una giornata di lavoro, ricominciarne un'altra per occuparsi del proprio campo dato in affitto per le necessità della famiglia. Ci si doveva occupare dell'orto, della stalla, accudire mucche e maiali e di tutte quelle mansioni indispensabili per i bisogni di sussistenza.
Anche per noi bambini era veramente poco il tempo per poter giocare. Non ricordo un granché di quei primi anni della mia infanzia. Solo quando pioveva, ricordo, era bello saltellare lungo il porticato e fantasticare sulle gocce d'acqua, che per me assomigliavano magicamente a folletti birboni che  perforavano allegramente la terra arsa dal sole, facevano traboccare i canali lungo campi, e saltellavano sulle foglie leggere e indifese del granoturco.
La nostra casa era fuori paese cosicché sia per andare alla Messa mattutina che per raggiungere la scuola, bisognava camminare lungo strade ciottolose che attraversavano campi e cascine; e spesso lo si faceva con scomode scarpe di legno e a volte addirittura scalzi, solo chi se la poteva permettere, come la mia maestra, poteva raggiungere il paese con la bicicletta. C'erano giorni in cui camminando lungo la strada, si sentivano i canti delle donne che lavavano  i panni sulle rive dei fossati; già perché  allora in casa non c'era il lavandino, ma solo un grande camino per scaldare e per far cuocere la polenta e poco altro. Le sedie, il tavolo e qualche madia per la farina e per i pochi oggetti da cucina, erano gli unici elementi d'arredamento per noi gente di campagna. 
La nostra vita e le nostre speranze erano allora avvolte da un indistruttibile alone di mistero fatto di preghiere, credenze popolari e tradizioni che dovevano essere devotamente rispettate; era la nostra coperta calda, quella che, forse oggi capisco, serviva a quei tempi per scaldare il cuore e le menti dai gelidi venti della miseria e della fatica quotidiana.
Ero una bambina gracile e scavata dalla magrezza, tuttavia buona e attenta a ciò che mi succedeva attorno.
Quel giorno di fine primavera, quando mia madre veniva chiamata dalla maestra per un colloquio, non potevo immaginare che da quel momento la mia vita avrebbe preso una svolta, e che, nel bene o nel male, avrebbe segnato la mia infanzia e il mio futuro. La maestra disse a mia madre che avrei potuto continuare gli studi, che ne avevo le capacità e la costanza necessarie.  Purtroppo mia madre, che era una donna dura e concreta, non accolse quelle parole come una benedizione ma piuttosto come una seccatura e ribatté con decisione e assoluta convinzione che le nostre condizioni non ci permettevano neppure di pensare agli studi e che era necessario lavorare per poter andare avanti. Rimasi talmente delusa da quella risposta così schietta e decisa che non riuscii a capire, in quel momento i perché di tutte quelle parole, mi colpì soltanto il sentimento che sentivo fuoriuscire da esse: un misto di insofferenza e indisponenza che lì per lì mi fece sentire persino in colpa. Del resto a quei tempi, erano tante le frasi e le circostanze a cui non sapevo attribuire un significato.
Non riuscì neppure a capire quando il parroco  mi mandò a chiamare per informarmi che sarei dovuta andare nella casa dei signori del paese per accudire alla loro ultima figlia nata da poco. Mi sembrava tutto così strano e incomprensibile: insomma, io, bambina, avrei dovuto essere la bambinaia di una bambina; tuttavia senza troppe spiegazioni, dovetti ubbidire. La mia mansione in realtà doveva limitarsi a bambinaia, ma ben presto le cameriere di quella famiglia mi obbligarono ad occuparmi anche della pulizia. Ricordo ancora il dolore di quelle grosse piaghe sulle mie piccole mani mentre lavavo i panni al torrente; sapevo però che era inutile lamentarmi o piangere perché nessuno avrebbe avuto pietà di me: in fondo ero una serva e, come tale dovevo essere trattata. Allora non si teneva molto conto delle esigenze dei bambini, soprattutto se erano figli di famiglie povere, così mi convinsi a sopportare quel dolore sperando che le mie mani si sarebbero abituate, col tempo, a quella fatica. Pensavo che prima o poi sarei tornata a casa e quell'esperienza sarebbe stata solo una parentesi. Purtroppo dovetti ben presto ricredermi.  Non passò molto tempo  che venne a cercarmi, proprio a casa mia, il prefetto di Matera  s'intrattenne a lungo con mio padre,mentre io a poca distanza aiutavo a vangare l'orto, poi  mi si avvicinò, mi salutò con garbo e mi informò che presto sarei partita per Matera per accudire i suoi bambini. Non ebbi nemmeno il tempo di pensare che mi trovai, rapita, con il mio umile fagottino, a nove anni, da un treno per il sud, piena di angoscia e di paura, paura dell'ignoto e dell'abbandono; avevo un singolare cartellino appeso al collo come una medaglia che specificava la mia destinazione: l'unica mia sicurezza era  l'attenzione diligente e ripetuta di un capotreno, che spesso controllava che stessi bene.
La casa del prefetto era un bel appartamento del centro, dormivo con un branda nel sottoscala che conduceva al piano superiore. I bambini che dovevo accudire erano tre e non molto più piccoli di me. Percorrendo le strade della città mi accorsi però che la gente del posto, all'infuori delle poche famiglie benestanti, viveva una vita molto umile, forse più povera della mia: qui i contadini non solo erano miseri ma dormivano nelle stalla insieme ai propri animali. Anche  in quella casa dovetti adattarmi ad ogni mansione senza ascoltare la fatica e la stanchezza, dovute anche alla mia giovane età; alla sera però, dopo aver lucidato per bene le scarpe dei miei signori, mi accoccolavo in un angolo del balcone di casa , e lì in silenzio, spendevo tutte le mie lacrime, invocando una mamma troppo lontana per sentirmi, ma per me sufficientemente vicina perché il vento del sud potesse consegnarle tutta la mia solitudine e angoscia di bambina abbandonata: sì, perché di tutto quello che  era successo io comprendevo solo questo sentimento.
A Matera affinai il mio italiano; al nostro paese, infatti si parlava solo il dialetto veneto, ma i miei signori,che erano comunque persone fini e gentili, non ritenevano opportuno parlare il dialetto con i loro figli, cosicché anch'io m'impratichii perfettamente della lingua italiana.
Passai diversi anni senza vedere i miei genitori e i miei fratelli, e mentre il tempo scorreva io crescevo velocemente con lui. Ero allora una ragazzina ingenua, a cui non avevano mai dato troppe spiegazioni, e le mie conoscenze delle cose e del mondo si limitavano solo alle mie esperienze. L'unica mia certezza era l'ubbidienza: ai miei genitori che mi avevano mandata così lontano e ai miei signori a cui dovevo i miei servizi. Accadde così che il giorno in cui il mio corpo raggiunse il naturale sviluppo, io ero talmente sprovveduta di ogni informazione su quelle che sarebbero state le sue manifestazioni, che fui colta da una tale disperazione da credere di morire. Non avevo una mamma vicina e non sapevo... Fu allora che la mia signora mi confortò e mi coccolò come fossi una figlia.
Non dimenticherò mai quei momenti di vita a Matera, lì è avvenuta la mia trasformazione, lì ho provato la più grande solitudine, ma ho anche ricevuto le attenzioni necessarie che mi  hanno aiutata a crescere.
Erano i tempi della guerra, quando la mia signora, ricevette la lettera dei miei genitori: mi invitavano a tornare a casa; mio fratello era partito e la mia famiglia, in realtà poco incline alle possibili conseguenze che il conflitto avrebbe potuto comportare,accettò i consigli del Parroco e di alcuni parenti affinché io tornassi in famiglia. Tuttavia quegli anni di lontananza furono per me talmente lunghi ed importanti che quasi non riconoscevo più la reale esistenza di una mia vera famiglia. Cosicché, quando mio papà mi raggiunse alla stazione di Padova per riportarmi a casa, la mia reazione fu tale che il rifiuto di riconoscere in quell'uomo il mio vero padre, mi portò a rifugiarmi fra le braccia dell'anonimo capostazione che allibito, non comprendeva i miei oscuri sentimenti.
Fu difficile, difficilissimo quel rientro a casa, lo sentivo come un ulteriore abbandono, ma questa volta la realtà si era rovesciata drasticamente; mi sentivo abbandonata ma  da un'altra famiglia questa volta:la mia famiglia adottiva di Matera che avevo servito per tutti quegli anni.
In un'età di grande metamorfosi era difficile per me sostenere nuovi cambiamenti non mettendo in subbuglio la mia sfera affettiva, ormai tanto martoriata.
A casa non parlai per lungo tempo e, quando mi decisi a farlo, capii di non essere più in grado di parlare come parlavano i miei. I miei fratelli non riuscirono a capire che il tempo aveva forgiato anche il mio modo di essere e di comportarmi, e per questo si prendevano gioco di me. Come era difficile essere compresi a quei tempi! conveniva lasciare che i rospi ingoiati scendessero giù fino alle viscere per poi con un calcio mandarli via, piuttosto che sperare che qualcuno potesse comprendere le tue motivazioni.
Passò  del tempo ed io avevo iniziato a riambientarmi  nella mia vecchia casa; in paese però si parlava di me non come la contadina, ma piuttosto come la bambinaia. Ero diventata diversa agli occhi degli altri, e questa mia nuova fama non si smentì, anzi si allargò a macchia d'olio. Non passarono più di due anni, che arrivò un simpatico e distinto signore di Firenze, anch'egli sulle tracce della famosa bambinaia del paese. Quella volta partii per Firenze con animo più sereno: forse perché ero più grande e forse perché quel nuovo signore mi sembrava simpatico e divertente. La permanenza a Firenze fu meno pesante e meno sofferta: mi sentivo più libera, potevo uscire  con i bambini quando volevo ,ma soprattutto ero molto considerata e rispettata da tutti. Il mio essere la bambinaia di una ricca famiglia mi dava molto credito ed io ne ero orgogliosa. In quegli anni il balcone di casa non si rivelò più una coperta di lana in cui coccolare il mio dolore, ma piuttosto un luogo meraviglioso dove ammirare la splendida veduta che da piazza Michelangelo si apre sulla città antica. Inoltre non dormivo in un anonimo sottoscala, ma potevo godere di una cameretta, anche se era quella dei bambini. Era chiaro il mio destino si stava delineando, e anche se non l'avessi riconosciuto, il suo richiamo non mi avrebbe abbandonata tanto facilmente.
Così fu, al mio ritorno non ebbi un solo attimo di sosta: venivo continuamente chiamata da una famiglia all'altra, sempre al servizio, sempre pronta ad accudire nuovi bambini.
Essere lontana da casa e dalla mia famiglia era ormai diventata la normalità anche se quella normalità non fu mai una mia scelta ma piuttosto un mio dovere: il dovere dettato da un'indiscutibile e sacra obbedienza che da sempre mi ha accompagnata.
Intorno agli anni cinquanta, quando mi stavo ormai convincendo di sospendere una volta per tutte queste mie peregrinazioni, venne da me il signore di Gallarate, anche lui informato riguardo le mie esperienze di bambinaia e domestica. Fu inutile discutere con i miei genitori: fui obbligata a partire per la Lombardia. Le mansioni erano sempre le stesse: in più avevo un piccolo stipendio che, fino a quel momento, non avevo posseduto personalmente. Di lì a poco anche la mia famiglia decise di trasferirsi nel Gallaratese, dal momento che i miei fratelli non intendevano proseguire l'attività di contadini, allora poco redditizia e alquanto pesante e difficile.
Spesso, con i bambini, dei quali avevo una totale responsabilità, mi incamminavo verso Cavaria per andare a far visita alla mia famiglia che aveva trovato casa proprio in questo paese. Fu proprio lungo quel tragitto che un giorno incontrai Giovanni colui che da lì a poco sarebbe diventato il mio futuro marito. Lui mi raccontava delle sue esperienze di guerra, dei rischi che aveva corso a causa di una grave ferita,e della conseguente lieve sordità che gli aveva procurato l'esplosione di un ordigno. Io, d'altro canto gli raccontavo le mie storie di viaggio e la sensazione prepotente che avvertivo ogni tanto, di essere stata derubata della mia infanzia e di parte della mia giovinezza.
Mi sposai e andai ad abitare a Cavaria dove viveva il mio fidanzato con la famiglia, senza volerlo mi ritrovai riavvicinata ai miei famigliari anche se oramai i miei fratelli erano quasi tutti sposati. Da allora facevo, ogni giorno la spola da Cavaria a Gallarate per continuare il mio lavoro al servizio, un lavoro durato un'intera vita.
I miei signori, che io ho sempre definito  “Padroni”, forse per un errato senso di rispetto, sono morti qualche anno fa; tuttavia nonostante i pochi anni d'età che ci separavano, non mancavo di ritornare da loro per compagnia o per sbrigare quelle piccole mansioni che forse solo io conoscevo, dopo lunghi anni di servizio.
Ora che sono un'ultraottantenne mi ritrovo spesso a pensare alla mia vita passata, soprattutto quando questi miei “figliocci”, oggi ormai avanti di età, mi telefonano per gli auguri di Natale, oppure solo per sapere come sto in salute. In questi momenti mi rendo conto che questa mia vita al servizio degli altri non può essere definita una passata esperienza lavorativa, ma piuttosto una missione che involontariamente ha suonato alla mia porta e che io ho tutto sommato accolto e condiviso. Oggi infatti comprendo che si può cogliere il meglio anche da un'esperienza di sofferenza,che si può trasformare il rancore provato in benevolenza, il servizio in altruismo, armonia e gioia di donare.
Credo di aver superato gli oltraggi vissuti da bambina proprio perché sono riuscita a rielaborarli in una dimensione diversa, opposta, che mi ha aiutata ad affrontare le inevitabili difficoltà della vita.
Ancora adesso sono pronta a darmi da fare per aiutare, come posso, le persone che mi sono vicine, e questa credo sia l'eredità che  il passato mi ha lasciato per vivere una vecchiaia ancora attiva e lucida.
Io, sono Carmela!

                                                                                                   Susanna Brigada

 
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