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Sembrava un quadro dalle tinte
patinate, sbiadite dal tempo: immagini di una campagna di un
tardo medioevo poco incline ad abbandonarsi ad una nuova
epoca.
Così appariva la mia casa nei lontani anni '20: una vecchia
casa di campagna a due piani, dal colore rosa smunto, con un
lungo porticato, la stalla, il fienile, tutt'intorno la
terra coltivata e pochi attrezzi da lavoro, rudimentali e
antichi. Per rifornirsi d'acqua bisognava andare al pozzo,
così pure per andare al bagno ci si doveva accontentare di
un piccolo gabbiotto costruito alla bellemeglio, buio e
senza comodità. La vita quotidiana era scandita dal lavoro
dei campi: un lavoro duro perché a quell'epoca, oltre
all'impiego come contadini alle dipendenze di un
proprietario terriero, bisognava, terminata una giornata di
lavoro, ricominciarne un'altra per occuparsi del proprio
campo dato in affitto per le necessità della famiglia. Ci si
doveva occupare dell'orto, della stalla, accudire mucche e
maiali e di tutte quelle mansioni indispensabili per i
bisogni di sussistenza.
Anche per noi bambini era veramente poco il tempo per poter
giocare. Non ricordo un granché di quei primi anni della mia
infanzia. Solo quando pioveva, ricordo, era bello saltellare
lungo il porticato e fantasticare sulle gocce d'acqua, che
per me assomigliavano magicamente a folletti birboni che
perforavano allegramente la terra arsa dal sole, facevano
traboccare i canali lungo campi, e saltellavano sulle foglie
leggere e indifese del granoturco.
La nostra casa era fuori paese cosicché sia per andare alla
Messa mattutina che per raggiungere la scuola, bisognava
camminare lungo strade ciottolose che attraversavano campi e
cascine; e spesso lo si faceva con scomode scarpe di legno e
a volte addirittura scalzi, solo chi se la poteva
permettere, come la mia maestra, poteva raggiungere il paese
con la bicicletta. C'erano giorni in cui camminando lungo la
strada, si sentivano i canti delle donne che lavavano i
panni sulle rive dei fossati; già perché allora in casa non
c'era il lavandino, ma solo un grande camino per scaldare e
per far cuocere la polenta e poco altro. Le sedie, il tavolo
e qualche madia per la farina e per i pochi oggetti da
cucina, erano gli unici elementi d'arredamento per noi gente
di campagna.
La nostra vita e le nostre speranze erano allora avvolte da
un indistruttibile alone di mistero fatto di preghiere,
credenze popolari e tradizioni che dovevano essere
devotamente rispettate; era la nostra coperta calda, quella
che, forse oggi capisco, serviva a quei tempi per scaldare
il cuore e le menti dai gelidi venti della miseria e della
fatica quotidiana.
Ero una bambina gracile e scavata dalla magrezza, tuttavia
buona e attenta a ciò che mi succedeva attorno.
Quel giorno di fine primavera, quando mia madre veniva
chiamata dalla maestra per un colloquio, non potevo
immaginare che da quel momento la mia vita avrebbe preso una
svolta, e che, nel bene o nel male, avrebbe segnato la mia
infanzia e il mio futuro. La maestra disse a mia madre che
avrei potuto continuare gli studi, che ne avevo le capacità
e la costanza necessarie. Purtroppo mia madre, che era una
donna dura e concreta, non accolse quelle parole come una
benedizione ma piuttosto come una seccatura e ribatté con
decisione e assoluta convinzione che le nostre condizioni
non ci permettevano neppure di pensare agli studi e che era
necessario lavorare per poter andare avanti. Rimasi talmente
delusa da quella risposta così schietta e decisa che non
riuscii a capire, in quel momento i perché di tutte quelle
parole, mi colpì soltanto il sentimento che sentivo
fuoriuscire da esse: un misto di insofferenza e indisponenza
che lì per lì mi fece sentire persino in colpa. Del resto a
quei tempi, erano tante le frasi e le circostanze a cui non
sapevo attribuire un significato.
Non riuscì neppure a capire quando il parroco mi mandò a
chiamare per informarmi che sarei dovuta andare nella casa
dei signori del paese per accudire alla loro ultima figlia
nata da poco. Mi sembrava tutto così strano e
incomprensibile: insomma, io, bambina, avrei dovuto essere
la bambinaia di una bambina; tuttavia senza troppe
spiegazioni, dovetti ubbidire. La mia mansione in realtà
doveva limitarsi a bambinaia, ma ben presto le cameriere di
quella famiglia mi obbligarono ad occuparmi anche della
pulizia. Ricordo ancora il dolore di quelle grosse piaghe
sulle mie piccole mani mentre lavavo i panni al torrente;
sapevo però che era inutile lamentarmi o piangere perché
nessuno avrebbe avuto pietà di me: in fondo ero una serva e,
come tale dovevo essere trattata. Allora non si teneva molto
conto delle esigenze dei bambini, soprattutto se erano figli
di famiglie povere, così mi convinsi a sopportare quel
dolore sperando che le mie mani si sarebbero abituate, col
tempo, a quella fatica. Pensavo che prima o poi sarei
tornata a casa e quell'esperienza sarebbe stata solo una
parentesi. Purtroppo dovetti ben presto ricredermi. Non
passò molto tempo che venne a cercarmi, proprio a casa mia,
il prefetto di Matera s'intrattenne a lungo con mio
padre,mentre io a poca distanza aiutavo a vangare l'orto,
poi mi si avvicinò, mi salutò con garbo e mi informò che
presto sarei partita per Matera per accudire i suoi bambini.
Non ebbi nemmeno il tempo di pensare che mi trovai, rapita,
con il mio umile fagottino, a nove anni, da un treno per il
sud, piena di angoscia e di paura, paura dell'ignoto e
dell'abbandono; avevo un singolare cartellino appeso al
collo come una medaglia che specificava la mia destinazione:
l'unica mia sicurezza era l'attenzione diligente e ripetuta
di un capotreno, che spesso controllava che stessi bene.
La casa del prefetto era un bel appartamento del centro,
dormivo con un branda nel sottoscala che conduceva al piano
superiore. I bambini che dovevo accudire erano tre e non
molto più piccoli di me. Percorrendo le strade della città
mi accorsi però che la gente del posto, all'infuori delle
poche famiglie benestanti, viveva una vita molto umile,
forse più povera della mia: qui i contadini non solo erano
miseri ma dormivano nelle stalla insieme ai propri animali.
Anche in quella casa dovetti adattarmi ad ogni mansione
senza ascoltare la fatica e la stanchezza, dovute anche alla
mia giovane età; alla sera però, dopo aver lucidato per bene
le scarpe dei miei signori, mi accoccolavo in un angolo del
balcone di casa , e lì in silenzio, spendevo tutte le mie
lacrime, invocando una mamma troppo lontana per sentirmi, ma
per me sufficientemente vicina perché il vento del sud
potesse consegnarle tutta la mia solitudine e angoscia di
bambina abbandonata: sì, perché di tutto quello che era
successo io comprendevo solo questo sentimento.
A Matera affinai il mio italiano; al nostro paese, infatti
si parlava solo il dialetto veneto, ma i miei signori,che
erano comunque persone fini e gentili, non ritenevano
opportuno parlare il dialetto con i loro figli, cosicché
anch'io m'impratichii perfettamente della lingua italiana.
Passai diversi anni senza vedere i miei genitori e i miei
fratelli, e mentre il tempo scorreva io crescevo velocemente
con lui. Ero allora una ragazzina ingenua, a cui non avevano
mai dato troppe spiegazioni, e le mie conoscenze delle cose
e del mondo si limitavano solo alle mie esperienze. L'unica
mia certezza era l'ubbidienza: ai miei genitori che mi
avevano mandata così lontano e ai miei signori a cui dovevo
i miei servizi. Accadde così che il giorno in cui il mio
corpo raggiunse il naturale sviluppo, io ero talmente
sprovveduta di ogni informazione su quelle che sarebbero
state le sue manifestazioni, che fui colta da una tale
disperazione da credere di morire. Non avevo una mamma
vicina e non sapevo... Fu allora che la mia signora mi
confortò e mi coccolò come fossi una figlia.
Non dimenticherò mai quei momenti di vita a Matera, lì è
avvenuta la mia trasformazione, lì ho provato la più grande
solitudine, ma ho anche ricevuto le attenzioni necessarie
che mi hanno aiutata a crescere.
Erano i tempi della guerra, quando la mia signora, ricevette
la lettera dei miei genitori: mi invitavano a tornare a
casa; mio fratello era partito e la mia famiglia, in realtà
poco incline alle possibili conseguenze che il conflitto
avrebbe potuto comportare,accettò i consigli del Parroco e
di alcuni parenti affinché io tornassi in famiglia. Tuttavia
quegli anni di lontananza furono per me talmente lunghi ed
importanti che quasi non riconoscevo più la reale esistenza
di una mia vera famiglia. Cosicché, quando mio papà mi
raggiunse alla stazione di Padova per riportarmi a casa, la
mia reazione fu tale che il rifiuto di riconoscere in
quell'uomo il mio vero padre, mi portò a rifugiarmi fra le
braccia dell'anonimo capostazione che allibito, non
comprendeva i miei oscuri sentimenti.
Fu difficile, difficilissimo quel rientro a casa, lo sentivo
come un ulteriore abbandono, ma questa volta la realtà si
era rovesciata drasticamente; mi sentivo abbandonata ma da
un'altra famiglia questa volta:la mia famiglia adottiva di
Matera che avevo servito per tutti quegli anni.
In un'età di grande metamorfosi era difficile per me
sostenere nuovi cambiamenti non mettendo in subbuglio la mia
sfera affettiva, ormai tanto martoriata.
A casa non parlai per lungo tempo e, quando mi decisi a
farlo, capii di non essere più in grado di parlare come
parlavano i miei. I miei fratelli non riuscirono a capire
che il tempo aveva forgiato anche il mio modo di essere e di
comportarmi, e per questo si prendevano gioco di me. Come
era difficile essere compresi a quei tempi! conveniva
lasciare che i rospi ingoiati scendessero giù fino alle
viscere per poi con un calcio mandarli via, piuttosto che
sperare che qualcuno potesse comprendere le tue motivazioni.
Passò del tempo ed io avevo iniziato a riambientarmi nella
mia vecchia casa; in paese però si parlava di me non come la
contadina, ma piuttosto come la bambinaia. Ero diventata
diversa agli occhi degli altri, e questa mia nuova fama non
si smentì, anzi si allargò a macchia d'olio. Non passarono
più di due anni, che arrivò un simpatico e distinto signore
di Firenze, anch'egli sulle tracce della famosa bambinaia
del paese. Quella volta partii per Firenze con animo più
sereno: forse perché ero più grande e forse perché quel
nuovo signore mi sembrava simpatico e divertente. La
permanenza a Firenze fu meno pesante e meno sofferta: mi
sentivo più libera, potevo uscire con i bambini quando
volevo ,ma soprattutto ero molto considerata e rispettata da
tutti. Il mio essere la bambinaia di una ricca famiglia mi
dava molto credito ed io ne ero orgogliosa. In quegli anni
il balcone di casa non si rivelò più una coperta di lana in
cui coccolare il mio dolore, ma piuttosto un luogo
meraviglioso dove ammirare la splendida veduta che da piazza
Michelangelo si apre sulla città antica. Inoltre non dormivo
in un anonimo sottoscala, ma potevo godere di una cameretta,
anche se era quella dei bambini. Era chiaro il mio destino
si stava delineando, e anche se non l'avessi riconosciuto,
il suo richiamo non mi avrebbe abbandonata tanto facilmente.
Così fu, al mio ritorno non ebbi un solo attimo di sosta:
venivo continuamente chiamata da una famiglia all'altra,
sempre al servizio, sempre pronta ad accudire nuovi bambini.
Essere lontana da casa e dalla mia famiglia era ormai
diventata la normalità anche se quella normalità non fu mai
una mia scelta ma piuttosto un mio dovere: il dovere dettato
da un'indiscutibile e sacra obbedienza che da sempre mi ha
accompagnata.
Intorno agli anni cinquanta, quando mi stavo ormai
convincendo di sospendere una volta per tutte queste mie
peregrinazioni, venne da me il signore di Gallarate, anche
lui informato riguardo le mie esperienze di bambinaia e
domestica. Fu inutile discutere con i miei genitori: fui
obbligata a partire per la Lombardia. Le mansioni erano
sempre le stesse: in più avevo un piccolo stipendio che,
fino a quel momento, non avevo posseduto personalmente. Di
lì a poco anche la mia famiglia decise di trasferirsi nel
Gallaratese, dal momento che i miei fratelli non intendevano
proseguire l'attività di contadini, allora poco redditizia e
alquanto pesante e difficile.
Spesso, con i bambini, dei quali avevo una totale
responsabilità, mi incamminavo verso Cavaria per andare a
far visita alla mia famiglia che aveva trovato casa proprio
in questo paese. Fu proprio lungo quel tragitto che un
giorno incontrai Giovanni colui che da lì a poco sarebbe
diventato il mio futuro marito. Lui mi raccontava delle sue
esperienze di guerra, dei rischi che aveva corso a causa di
una grave ferita,e della conseguente lieve sordità che gli
aveva procurato l'esplosione di un ordigno. Io, d'altro
canto gli raccontavo le mie storie di viaggio e la
sensazione prepotente che avvertivo ogni tanto, di essere
stata derubata della mia infanzia e di parte della mia
giovinezza.
Mi sposai e andai ad abitare a Cavaria dove viveva il mio
fidanzato con la famiglia, senza volerlo mi ritrovai
riavvicinata ai miei famigliari anche se oramai i miei
fratelli erano quasi tutti sposati. Da allora facevo, ogni
giorno la spola da Cavaria a Gallarate per continuare il mio
lavoro al servizio, un lavoro durato un'intera vita.
I miei signori, che io ho sempre definito “Padroni”, forse
per un errato senso di rispetto, sono morti qualche anno fa;
tuttavia nonostante i pochi anni d'età che ci separavano,
non mancavo di ritornare da loro per compagnia o per
sbrigare quelle piccole mansioni che forse solo io
conoscevo, dopo lunghi anni di servizio.
Ora che sono un'ultraottantenne mi ritrovo spesso a pensare
alla mia vita passata, soprattutto quando questi miei
“figliocci”, oggi ormai avanti di età, mi telefonano per gli
auguri di Natale, oppure solo per sapere come sto in salute.
In questi momenti mi rendo conto che questa mia vita al
servizio degli altri non può essere definita una passata
esperienza lavorativa, ma piuttosto una missione che
involontariamente ha suonato alla mia porta e che io ho
tutto sommato accolto e condiviso. Oggi infatti comprendo
che si può cogliere il meglio anche da un'esperienza di
sofferenza,che si può trasformare il rancore provato in
benevolenza, il servizio in altruismo, armonia e gioia di
donare.
Credo di aver superato gli oltraggi vissuti da bambina
proprio perché sono riuscita a rielaborarli in una
dimensione diversa, opposta, che mi ha aiutata ad affrontare
le inevitabili difficoltà della vita.
Ancora adesso sono pronta a darmi da fare per aiutare, come
posso, le persone che mi sono vicine, e questa credo sia
l'eredità che il passato mi ha lasciato per vivere una
vecchiaia ancora attiva e lucida.
Io, sono Carmela!
Susanna
Brigada |